“Senza saperlo”, ricordi di un padre e di una storia sconosciuta

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Pubblichiamo questo toccante racconto-testimonianza di Luciano Disconzi, la cui madre era di Zermeghedo.

27 gennaio

Mio padre era del 1912, si chiamava Oreste, avrebbe cento anni. Io sapevo poco di lui. Era originario di Altissimo nel Vicentino. Per essere veneto, un cognome strano, Disconzi. C’è ancora una contrada. Non parlava mai o pochissimo della Germania al tempo della
seconda guerra mondiale, dell’avere lavorato a Lipsia a saldare i motori stukas forati dalla follia, di essere tornato appena in tempo per raccattare 40 chili di peso sull’orlo della morte. Parlava poco della guerra, dei partigiani, dei suoi fratelli in guerra. Rammentava quei silenziosi soldati tedeschi che sottobanco ripudiavano Hitler.

Otto tra sorelle e fratelli. Augusto, sul fronte greco-albanese, fatto prigioniero, rischia una
mitragliata, si butta in un fosso, trascina i piedi per i Balcani e su su fino a Trieste e appare stremato al paese, Montebello Vicentino, per riprendere il fucile contro il fascismo.

Qualcosa in più ho saputo di Ernesto, buttato quasi cadavere sull’ultimo treno della croce
rossa per non morire in terra di Russia. Sul Don non aveva più niente da mangiare e masticava la cintura di cuoio dei pantaloni e leccava il grasso della mitraglia. Fu l’ultimo
dei fratelli a morire pochi anni fa. Con gli occhi sbarrati gli sembrava di vedere ancora i
ragazzini russi avanzare come nuvole nere sul fiume ghiacciato per farsi falciare.

Mio padre si infervorava di Raffaele, il fratello più giovane, scoperto per delazione in un
buco del tinello, sottoterra, coperto da un tavolaccio mimetizzato da un tappeto, dove
nonna Angela cuciva con la macchina a pedale. Gli aghi le trapassavano l’anima a sapere
che sotto i piedi nel buio totale salvava l’ottavo, l’ultimo figlio.
Parlava e stringeva i denti, mio padre, quando Raffaele fu scoperto nella buca e portato a
Lonigo per essere fucilato come disertore. Volava per intercedere con una corsa in
bicicletta di notte a fanale spento e supplicare il comando tedesco, ginocchi a terra per
salvarlo: “Ma fategli scavare le fosse anticarro, parcossa coparlo?! (perché ucciderlo!?)”.
Perfino monsignor prevosto si azzardò a metterci una parola. Raffaele si salvò scappando dalle fosse anticarro alla Mason volando sui monti al bombardamento della statale delle superfortezze volanti degli alleati.

Luigi, un altro fratello, faceva la guardia di notte ai binari della linea Milano-Venezia,
perché quei testardi di partigiani ci mettevano le cariche di dinamite. Lui lo sapeva. Si
spostava di cento metri. Un fischio d’intesa, una carica di tritolo e giù a terra a salvare la
vita. Groviglio di binari. Operazione compiuta.

Parlava poco, mio padre. Ricordava che nell’immensa officina tedesca un prigioniero
polacco si rifiutò di lavorare. Stava su un ponteggio al secondo piano della caserma. Urla
incomprensibili, terrore e spavento. Esce un ufficiale, estrae la pistola, alza il braccio,
mira. Un colpo secco e quel poveretto piomba giù. Come non capire l’atrocità del nazismo, spiegata così!

Mio padre non lo seppe mai, ma io ho scoperto l’origine dei miei antenati. Cerco nelle
carte, nei certificati di battesimo, nella storia del paese, nei nomi delle contrade, negli atti
notarili, nei libri dei morti e resto allibito. Faccio le analisi del sangue come donatore e mi appare una strana coincidenza: i miei antenati erano ebrei.
Me lo sentivo dentro, me lo sentivo. Non mi interessa essere certo, ma io mi sento ebreo.
Di generazione in generazione, scappati dopo il 1453 dall’invasione islamica dei Balcani.

Forse è stato meglio che mio padre non lo sapesse, nessuno avrebbe risparmiato né lui né i miei zii. Hanno sacrificato la loro giovinezza a combattere contro il fascismo, a subire lo strazio dell’odio razzista del nazismo. Hanno pagato come fossero stati ebrei. Lo erano. Senza saperlo.

Ho visitato il ghetto ebraico di Venezia. Ho pianto su quel monumento allo sterminio. Mio padre è morto di crepacuore il 31 gennaio di trenta anni fa, quando ancora non si ricordava la Shoah, il sacrificio degli ebrei. Ed è sepolto tra i giusti, in pace.

Ed ecco il 2014. Incredibile coincidenza. Il 27 gennaio si ricorda la shoah ed appare lui,
mio nipote Luca Maria Disconzi. Rimango confuso e sbalordito. Lo so. I bambini nascono
quando è il momento e lui ha scelto un giorno simbolico. Senza saperlo.

Luciano Disconzi

 

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